lunedì 12 maggio 2008
mercoledì 26 marzo 2008
I aten't dead
Ma sono ancora viva (più o meno), sopno immersa da tonnellate di cioccolata che non posso mangiare (intolleranza del cacchio), la macchina non è (ancora) diventata una scultura di Boccioni e ho scoperto che posso fare schifo a un videogioco e adorarlo lo stesso (mmmmmediiiiic!). E continuo ad abusare della pazienza delle parentesi.
Comunque, per questo weekend dovrei avere un po'più di tempo da dedicare al sito (si spera), e potrei addirittura riuscire a creare qualcosa di decente. O morire nel tentativo.
mercoledì 12 marzo 2008
It's Random Picture Time!
Prima di iniziare, assicuratevi che il/la nerd sia annoiato/a e insoddisfatto/a a sufficienza. Dopodichè, fatelo/a accomodare su una sedia comprata alla svendita del Museo delle Torture, e costringetelo/a a ingollare il panino al tonno. A questo punto, posate gli altri ingredienti sulla scrivania e attendete da cinque a dieci minuti, a seconda della qualità del panino (più fa schifo meglio è). Il risultato finale dovrebbe essere simile a questo:
giovedì 6 marzo 2008
The sexist BS anthology
Quando si tira fuori l’argomento “donne e videogiochi”, c’è sempre, e dico sempre (ma sempre!), qualche idiota che sente il bisogno di liberarsi con una bella pisciatina territoriale. Io ci provo a non arrabbiarmi. Davvero. Ma, dopo aver sfiorato la morte per l’ennesima volta (mani tremanti, vista appannata, sangue alla testa), ho deciso di seguire il consiglio datomi a suo tempo dal buon Ivan Fulco. Piuttosto che ribadire per la miliardesima volta la mia opinione sull’argomento (mi sarei anche stancata di ripetere le stesse dannate cose, e comunque è riassunta dall’ultima frase di questo post), ho cercato di dipingere un ritratto di un certo tipo di videogiocatore, purtroppo piuttosto comune, attraverso una selezione di commenti trovati su siti come The First Place e Kotaku, su qualche blog e in generale in giro per la rete. Ricordo ai gentili lettori che questo genere di mentalità non è diffusa solo tra i quattordicenni brufolosi e frustrati, ma anche tra persone adulte e, si suppone, colte. Brrr.
Su misura, taglia 42!
We need more women making games that can appeal especially to women. Since when do guys know what women want?
Let’s make science!
Gamer 1: Agli uomini piacciono le sfide, il confronto con gli altri e vincere, alle donne piace ricevere attenzioni...
Gamer 2: Tu sì che ne capisci, in fatto di donne!
Gamer 1: Questa è biologia.
Belic???
Of course... girls like play video games, but normally games like supermario, donkey kong, the sims... not belic games.
STFU U BIT*HZ!!!11!!1!
One of my main points is, you women want to bit*h about how little the girls in games are wearing... ahh LOOK OUT INT THE "REAL WORLD" AND SEE HOW MUCH LESS GIRLS ARE WEARING THAN THE ONES IN THE GAMES AND THEN KEEP YOUR MOUTH SHUT FROM NOW ON.
Una figura mitologica
Girls dont play video games its a myth a legend something told to young geeks to make them sleep better at night. They are like Unicorns something that is cute to think about but in truth doesnt exist.
Arrangiatevi da sole!
The only thing that females can do is to make there own games or games "geared" toward females but you’re not going to change the way games are now or will be.
Mi dicono dalla regia…
Remember that there are still differences, like the movies, in the way women play video games. I also hear that consoles are less popular among women. They prefer games on a computer and are less likely to embrace violent video games.
A matter of fashion
Quello che intendo dire è che le femminucce non è che sono cretine, è solo che hanno gusti diametralmente differenti dai quelli dei maschietti: niente motori, sport e violenza ma storie e personaggi interessanti, o al limite tendaggi e vestiti da applicare a piacimento.
Insomma, il maschietto si compra
Let’s make science! part two
Many games stimulate the production of adrenaline, through death matches, battles, risk, action, suprise, and general survival of the fittest gameplay. Men seem to enjoy these adrenaline-induced feelings more than women. Adrenaline can be addictive, esp for men. Women don't get off on adrenaline the same way men do. So you need to design games for women which are not driven by adrenaline fundamentally, but rather induce more feminine feelings (love, security, relationships, etc) that women would rather experience.
Lo so perché lo so
Le donne giocano a cose non competitive e dove non è richiesta alcuna abilità manuale e ovviamente ai giochetti casual della nuova Nintendo.
Non è colpa loro, poverelle…
It's not that they don't want challenge. It's that they don't want good games. probably because they don't know what a good game is.
La parola all’industria (Ubisoft sulla serie Imagine/Giulia Passione Qualcosa)
We did research, and we are studying the market... that's what the girls actually like, so we should try to fulfill their needs... Those games were really designed for young girls who are just looking for fun games and ways to explore their favorite hobbies... From what we've seen, [the girls] didn't mention anything about being a police officer.
Ma c’è ancora speranza
Guys, girls, we're all the same organic mass. We're all flesh and bone, gender is so 2006.
domenica 2 marzo 2008
Videodreams (aridateme le pecore elettriche!)

Non è la prima volta che i videogiochi mi ispirano qualche sogno sconclusionato, ma quello dell’altro giorno li batte tutti quanto ad assurdità. Era perfino peggio di quello in cui mi ritrovavo, in cotta di maglia e spadone d’argento, all’interno di una miniera di uova di kwama (gli insettoni di Morrowind) e difendevo la regina kwama dai goblin di Arx Fatalis.
Nel sogno, io non ero io. Cioè, ero io, ma nel corpo di un bel ragazzone alto dai capelli biondi, e cercavo qualcosa di non ben specificato insieme a un gruppo di altre persone. A un certo punto, però, siamo stati catturati e ci siamo ritrovati tutti appesi per i polsi in una stanza, torturati da uno sciame di pulci grigie grosse quanto l’unghia del mio mignolo. A questo punto io ho perso i sensi, per rinvenire poco dopo e scappare, con il corpo coperto dalle minuscole cicatrici circolari lasciate dai morsi delle pulci.
Mi sono ritrovata così in un labirinto di stanze bianche ed asettiche, armata di una massiccia chiave inglese dal becco corto e dai manici lunghi e sottili con cui mi difendevo dalle persone che incontravo, tutte vestite di bianco e probabilmente impazzite a causa delle torture subite. La cosa più strana era che queste persone erano nel passato, e che nel presente, in cui venivo trasportata di tanto in tanto senza alcun preavviso, le stanze erano deserte e fatiscenti.
Nella mia fuga da una stanza all’altra, sono finita in una grande sala gremita di persone, con una grande scalinata bianca dall’altro lato e un finestrone sulla destra. Tra gli altri, nella stanza c’erano due donne anziane, una alta con i capelli bianchi e una più bassa con i capelli neri raccolti in una strana pettinatura. Erano entrambe brutte e piuttosto ottuse, ma mi trattavano in modo molto materno. A questo punto mi è venuto in mente che forse stavo cercando mia madre; nemmeno il tempo di pensarlo, e mi sono ritrovata in braccio a quella che, nel sogno, era mia madre, una bella signora dai capelli scuri, con la stessa pettinatura della più bassa delle due vecchie e un grande scialle di lana bianca. Quando lei mi ha lasciato andare, però, io ero tornata “io” e le altre persone nella stanza hanno iniziato ad aggredirmi; ho tentato di colpire le due donne anziane con la chiave inglese, ma i miei colpi erano così deboli che finivo con l’appoggiarla semplicemente sopra la loro testa. Allora ho iniziato a mulinare la chiave inglese attorno a me per farmi largo, e sono riuscita a salire le scale e a raggiungere la porta in cima, che portava a un ascensore.
Arrivata in cima, mi sono ritrovata in una piccola stanza illuminata da una luce rossa e sinistra, dalle pareti rugginose e piena di giganteschi pistoni oliati. Uscita da lì, ho salito di corsa un’altra ampia scalinata fino ad accasciarmi sul piccolo piedistallo di compensato sulla cima, su cui poggiava un oggetto di plastica trasparente simile a un vulcano in miniatura. La cosa strana era che ora sapevo che la stanza da cui ero appena uscita adesso era oltre la porta alla mia destra in cima alle scale, e che dal passato ora ero tornata nel presente. Abbandonato il piedistallo, sono tornata nella piccola stanza dell’ascensore, che adesso era invasa da una soffusa luce bianca e dalla polvere, e conteneva solo una poltrona di pelle scura con un centrino all’uncinetto sulla spalliera, una teca di vetro e un grammofono con due led rossi, che suonava un pezzo della colonna sonora di Bioshock (Dancers on a String, quello che si sente quando il protagonista perde la batisfera a Fort Frolic). E in quel momento ho avuto la netta sensazione che quello che avevo cercato fino a quel momento era proprio quella musica.
E poi sono scattata a sedere sul letto, facendo scappare il gatto.
Questo sogno vi è stato gentilmente offerto da Portal, Half-Life 2 e Bioshock. Devo smettere con i videogiochi, davvero. Fanno male. Adesso scusate, ma bussano alla porta. Deve essere quel tale Cthulhu che ha chiamato poco fa.
lunedì 25 febbraio 2008
Movin' Cruisin'
Tutto questo per dire che mi trasferisco. Cioè, no, non io fisicamente. Ma trasferisco il blog, blogger mi sta strettino e ci sono tante cose che vorrei fare. Quindi approfittatene: se volete incoraggiarmi, darmi consigli per eventuali aggiunte/modifiche, darmi la vostra versione dei fatti sull'uso e l'abuso di Wordpress o semplicemente dirmi che non è cosa per me e farei meglio a darmi al decoupage, questo è il momento. Contattatemi qui, e ditemi tutto quello che pensate. Cioè, non tutto tutto, quello che pensate della vicina di casa topa potete risparmiarmelo. Grazie!
mercoledì 20 febbraio 2008
Interazione mentale: l’ultima frontiera
Sono anni che ci fantastico su. Dal giorno in cui ho messo le mani su un computer e ho provato il mio primo videogioco, ho continuato a pensare, di tanto in tanto, che un giorno i controlli manuali sarebbero stati abbandonati in favore di un approccio ancora più diretto, basato sulla mente. Negli anni, e col progredire delle mie letture fantascientifiche, quello che nella mia testa sarebbe stato il controller del futuro (un casco pieno di piastre e fili) si è progressivamente trasformato in un’interfaccia minuscola, invisibile, un microscopico chip impiantato sottopelle che trasmettesse i segnali sensoriali del gioco direttamente al cervello, e gli ordini impartiti dal giocatore direttamente al software. Naturalmente, non si tratta che di fantasie, e se Gibson mi ha insegnato qualcosa (e Gibson mi ha insegnato tutto) una cosa del genere potrebbe, nella realtà, avere applicazioni molto pericolose. Nondimeno, l’idea continua ad affascinarmi non poco.
E ci sono rimasta di sale quando, ieri mattina, durante il mio solito giretto in cerca di notizie videoludiche, mi sono trovata davanti a un’immagine uscita pari pari dalle mie fantasticherie di tredicenne. Un casco, un orribile casco bianchiccio tutto fili e piastre, presentato alla Game Developers Conference di San Francisco ma che sarebbe molto più a suo agio in mano al capitano Kirk. Questo obbrobrio, tuttavia, promette di essere in grado di fare esattamente quello che ho sempre immaginato: permettere a un giocatore di controllare un videogioco con i propri pensieri e, addirittura, le proprie emozioni. Naturalmente, il casco (che verrà venduto nei negozi a 300 dollari al pezzo, e qualcosa mi dice che non sarà esattamente un successone) funziona solo con software compatibile e possiede applicazioni ancora molto limitate. Ma rappresenta pur sempre un passo verso il tipo di futuro che avevo in mente io. Prevedibilmente, questa notizia ha lanciato di nuovo la mia testolina bacata a tutta velocità lungo l’autostrada delle ipotesi, facendole prendere gli svincoli più incredibili. La vecchia idea dell’impianto cibernetico per videogiocatori, ma anche un sistema di intrattenimento olografico che immerga completamente il giocatore in un ambiente interattivo, anche questo molto vicino a quanto visto in Star Trek, ma più complesso, e magari meno pericoloso rispetto all’idea del chip. E via fantasticando. Ma, alla fine, è davvero così che giocherò domani?
